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Artemisia Gentileschi a Genova, esposizione culturale o documentario true crime?

Artemisia Gentileschi, coraggio e passione: una mostra che si propone di celebrare la prima artista donna ad essere stata riconosciuta nella storia ma che finisce con la spettacolarizzazione del suo stupro. Tutto questo sarebbe potuto succedere se Artemisia Gentileschi fosse stata una nostra contemporanea?

Coraggio e passione: aspettative vs realtà

“Artemisia Gentileschi, coraggio e passione”, a cura di Costantino D’Orazio, è in mostra a Genova, presso Palazzo Ducale, dal 16 novembre 2023 al 1 aprile 2024. Stando a quanto dichiarato sul sito dell’istituzione, al centro della mostra dovrebbe esserci “Artemisia Gentileschi, prima donna ad essere ammessa in un’Accademia d’arte, la prima ad essere riconosciuta come artista, la pittrice che scelse di fare della sua passione per l’arte la sua ragione di vita.”. In poche parole, dovrebbero essere il suo coraggio e la sua passione a fare da protagonisti, come cita lo stesso nome dell’esposizione. Tuttavia, visitando la mostra, possiamo dire che il risultato non sembra proprio soddisfare queste aspettative.

Le prime perplessità sulla mostra dedicata ad Artemisia Gentileschi

Le prime perplessità nascono grazie a due studentesse del corso di laurea magistrale di Storia dell’arte all’Università di Genova, Carolina Dos Santos Guerreiro e Valentina Cervella. Le due ragazze si sono rivolte al profilo Instagram Etantebellecose, di proprietà di Noemi Tarantini, per denunciare le modalità, a dir poco irrispettose, con cui è stato trattato il tema dello stupro subito dall’artista. Già, perché Artemisia Gentileschi, oltre che al suo talento e alle sue opere ricche di pathos, “deve molto del suo successo anche a quello”. Queste sono le parole che campeggiano soltanto su uno dei primi, ed imbarazzanti, pannelli all’interno della mostra. Da qui, la parola “stupro” verrà ripetuta continuamente lungo tutto il percorso espositivo, dando origine ad uno spettacolo morboso e di cattivo gusto. É proprio questo che ha fatto storcere il naso a gran parte del pubblico, soprattutto femminile: lo spostamento del focus dall’artista allo stupro subito. Citare la tragedia era importante, poiché il processo di Artemisia è passato alla storia, ma descriverla solo nelle vesti di “artista stuprata” forse non lo era altrettanto. 

Le problematicità dell'esposizione

Appena varcata la porta di ingresso, sulla destra, è possibile osservare una cartina di Roma che riporta la scritta “Dove tutto è cominciato”. Qui, come in qualsiasi documentario true crime che si rispetti, possiamo ripercorrere i luoghi che, in qualche modo, rientrano nella narrazione della violenza subita dall’artista. Proseguendo troviamo una linea del tempo, sulla quale è riportata una data di morte errata, e un video che sintetizza la vita di Artemisia. Dopo la seconda stanza, i cui pannelli sono caratterizzati da errori ortografici e traduzioni sbagliate, lo spettacolo può solo peggiorare. Alle pareti troviamo diversi quadri, pochi autoritratti e tanti dipinti da uomini, ritraenti donne che, come Artemisia, citando un pannello, “non hanno saputo governare le loro relazioni”.  Nella stanza successiva, sul soffitto, viene proiettata una riproduzione di quello del Casino delle Muse di Villa Pallavicini, a Roma. La voce fuori campo ci informa che, alla realizzazione di quest’ultimo, avevano collaborato Orazio Gentileschi e Agostino Tassi, rispettivamente padre e stupratore di Artemisia. L’opera viene citata, solo ed esclusivamente, in funzione dell’argomento di cui i due, probabilmente, avevano parlato durante la sua realizzazione: il matrimonio riparatore con Artemisia a seguito della violenza. Proseguendo, le opere di Artemisia vengono affiancate a quelle del suo maestro, nonché stupratore, descritto come un abile pittore che “convive con un carattere inquieto”. 

La stanza dello stupro di Artemisia Gentileschi

Tuttavia, ciò che ha fatto infuriare la critica, si trova circa a metà del percorso. Dopo aver visionato i documenti ufficiali del processo, concessi dall’Archivio di Stato di Roma, non potevamo fare a meno di una riproduzione del momento della violenza. Attraverso un’istallazione audiovisiva, possiamo riascoltare il discorso pronunciato da Artemisia durante il suo processo. Al centro della stanza è posizionato un letto con una coperta rosso sangue; su una parete è proiettata una finestra da cui possiamo vedere un temporale; sull’altra le parole scorrono mentre ascoltiamo un’attrice che le interpreta. Questo terribile tentativo di immedesimazione nella vittima, termina in maniera ancora più agghiacciante: dall’opera di Artemisia “Giuditta che decapita Oloferne” inizia a zampillare del sangue che finisce per ricoprire l’intera parete. 

Non si salva nemmeno il merchandising

Passato il peggio, la mostra non si smentisce fino alla fine. Nemmeno lo shop riesce a far acquisire qualche punto all’esposizione, anzi! Qui è possibile acquistare libri che raccontano le storie di altri artisti, ovviamente uomini, borse con le opere dell’artista sovrastate dalla scritta “no santa no bitch”. Ultimi, ma non per importanza, troviamo anche dei gadget che riportano una frase pronunciata dal suo stesso stupratore “Io del mio mal | ministro fui”.

E se Artemisia Gentileschi fosse stata una nostra contemporanea?

La domanda che sorge spontanea, dopo aver visitato la mostra, è: se la protagonista di questa esposizione fosse ancora in vita, avremmo accettato questo tipo di narrazione? Il fatto che la vicenda appartenga a tempi lontani, non legittima la mancanza di tatto e di sensibilità nei confronti della stessa. Per questo le critiche sollevate dalle due studentesse dell'Università di Genova non devono passare inosservate. Al contrario, dobbiamo impedire che tutto ciò possa accadere di nuovo, soprattutto in una sede istituzionale.

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